Intervista ai DARKHOLD
Tra l'impatto fisico del live, la ricerca del riff giusto e una concezione della musica che va oltre il semplice ascolto, i Darkhold raccontano la propria identità senza compromessi. Al centro del loro approccio c'è una visione del metal vissuta come esperienza collettiva, fatta di partecipazione, intensità e immedesimazione, ma anche di attenzione alla struttura dei brani e ai temi che li attraversano. Partendo da "Centuries of Purgatory", il cantante Claudio Facheris ripercorre il processo creativo della band, riflette sul rapporto tra tradizione e nuove generazioni e rivendica con convinzione la scelta di restare nell'underground. Senza rinunciare, però, a nuovi obiettivi e alla voglia di continuare a imparare, anche condividendo il palco con i propri miti.
1. Quanto conta per i Darkhold l'impatto fisico della musica, quello che si percepisce soprattutto dal vivo, rispetto alla sua componente più atmosferica?
Conta tantissimo, direi che è lo scopo finale di ogni cosa che facciamo, cioè l’interazione col pubblico che viene apposta ad ascoltarci, pagando un biglietto e facendosi chilometri in auto per assistere a un nostro show e, per una porzione della loro vita, avere un’interazione totale con la nostra musica. Il bello di ogni nostro show è ciò che si crea tra noi, che suoniamo e coinvolgiamo, e il pubblico, che si lascia andare, che partecipa, che poga, che salta, che canta. Questo è il principale impatto fisico che vorremmo ai nostri live, cioè un pubblico presente, attivo, partecipe e coinvolto. Sarebbe la nostra più grande soddisfazione in assoluto e, in quel caso, l’atmosfera generale sarebbe di assoluta soddisfazione reciproca.
2. Qual è il ruolo dei riff nella vostra scrittura e quanto tempo dedicate alla ricerca della soluzione giusta prima di considerare concluso un brano?
Il processo di scrittura di un brano è decisamente lungo e laborioso, e tutto è subordinato alla definizione funzionale di uno o più riff di chitarra o basso, di un pattern di batteria o di una linea vocale, in relazione all'espressività e all'importanza tematica richiesta al brano nel suo «scheletro strutturale». Diciamo che, per esempio, usare un riff lento e cadenzato, con magari un cantato melodico, per definire un Vizio Capitale come l'Ira difficilmente potrebbe centrare il bersaglio se comparato con un riffing veloce e massiccio e un cantato aggressivo, proprio perché determinati tempi e modi si mettono direttamente al servizio del tema trattato, almeno secondo la nostra idea personale. Proprio per questo motivo, ogni brano, a seconda del riff portante, del ritmo o di un embrionale cantato, mentre viene creato viene anche analizzato e inserito nella posizione adatta al tema trattato, e da lì sviluppato e costruito in maniera assolutamente creativa, ma nel rispetto del tema che si vuole raccontare. È più facile a dirsi che a farsi, in verità: c'è un notevole lavoro alle spalle e quindi tante volte si sono affrontate determinate problematiche «in apnea», senza sosta e in modo serrato. Tutto ciò si riflette inevitabilmente nel brano stesso, che trasuda positivamente o negativamente emozioni vere e sincere, come una immedesimazione totale in riferimento al tema trattato.
3. Avete pensato a "Centuries of Purgatory" come a un album da ascoltare dall'inizio alla fine oppure come a una raccolta di brani capaci di vivere autonomamente?
Il dilemma dei tempi moderni sta proprio nel corpo della vostra domanda, a cui rispondo con un’altra domanda: quanto l’ascoltatore odierno può davvero essere interessato allo studio concettuale di un’opera d’arte qualsiasi e al suo significato più o meno intrinseco, e quanto invece può essere interessato a una fruizione usa e getta dell’arte per un non meglio precisato, ma personale, motivo? La musica è un’arte e, come tale, va studiata e capita, sia per la sua struttura sonora sia, eventualmente, per il messaggio che vuole veicolare. Quindi sarebbe opportuno, nel nostro caso, ascoltare "Centuries of Purgatory" dall’inizio alla fine e solo alla fine farsi un’idea di quello che si è ascoltato, delle lyrics abbinate alla musica e del comparto grafico come componente viva dell’opera nella sua globalità. Solo alla fine sarà l’ascoltatore a decidere, in caso di gradimento positivo, se riascoltarlo o meno nella sua interezza e cercarne sfumature nuove, oppure se ascoltarne solo alcuni brani che lo hanno colpito maggiormente per uno o più motivi. Noi ovviamente amiamo la nostra arte e la ascoltiamo nella sua interezza, ma sarebbe curioso, interessante e culturalmente costruttivo sapere l’opinione del nostro pubblico o dei vostri lettori in merito: lì sta la verità…
4. Quanto è stato importante mantenere una componente genuinamente underground nella vostra identità?
Nella nostra identità c’è ben più di una componente underground: non lo facciamo di lavoro, non siamo su un palco diverso ogni sera per ogni giorno lavorativo dell’anno, non guadagniamo abbastanza per vivere della nostra musica in nessun modo (concerti live o in streaming, merch venduto live o online, musica venduta live con CD e vinili o online). Se soddisfacessimo almeno una di queste caratteristiche, probabilmente non saremmo più underground. Ma, avendo noi scelto la tipologia delle nostre vite e il nostro relativo stile di vita, posso tranquillamente affermare che l’underground l’abbiamo scelto e abbracciato consapevolmente. Ogni tanto alziamo l’asticella e tentiamo di raggiungere palchi un po’ più grandi, anche solo per il gusto personale di avere un bel ricordo ed esserci divertiti nel farlo, ma non di certo con le mire velleitarie di sfondare e/o fare carriera e/o essere qualcuno e/o venire ricordati perché qualcuno ci ha scelti: tutte balle. Ci si pone un obiettivo personale e ci si impegna per raggiungerlo. Nessuno regala niente a nessuno, le cose vanno guadagnate con professionalità e impegno, anche se solo per ricordarsele da vecchi (sempre che si riesca a raggiungerle, altrimenti sarà stato bello comunque).
5. Quali sono le caratteristiche che, secondo voi, distinguono un buon live album da un semplice trasferimento sul palco delle canzoni registrate in studio?
Beh, un live album è la rielaborazione, nel migliore dei casi, di un intero concerto live con i suoi eventuali errori e la sua genuinità, però ripuliti e resi fighi per il mercato discografico. Personalmente non mi sono mai piaciuti i live album, ho sempre preferito i live e basta, cioè appunto l’esecuzione live (non solo musicale, ma estetica ed empatica) di brani registrati perfettamente in studio. Il palco, grande o piccolo che sia, diventa uno spazio personale che l’artista vuole condividere col pubblico, esiguo o numeroso che sia, e per me è proprio lì che sta la vera emozione vitale della musica che creiamo in studio: il rapporto col pubblico, il nostro impegno a coinvolgerli e la loro voglia di essere coinvolti, in un momento catartico e liberatorio per tutti. Ed è l’unico modo in cui vogliamo che il pubblico risponda, in un’immersione totale reciproca dalla prima all’ultima nota. Questo per noi rappresenta la migliore arte che potremmo mai fare nella vita: la compartecipazione reciproca.
6. C'è un brano di "Centuries of Purgatory" che dal vivo assume un'energia completamente diversa rispetto alla versione presente sul disco?
Se con la parola energia si intende prettamente la detonazione musicale, allora personalmente credo che "Jangled Nerves", uno dei brani più articolati che abbiamo mai scritto, prenda una piega diversa rispetto alla sua versione su disco. È difficile da costruire e da suonare, un brano che coinvolge al 100% tutti i musicisti della band, non solo per la sua «fisicità esecutiva», ma anche per la sua varietà propositiva, per esempio con lo stacco di solo basso all’interno di due sfuriate in momenti solisti tipicamente thrash. Per non parlare del cantato, dove la versatilità di respirazione e timbrica porta il sottoscritto a essere concentrato su una maggiore padronanza vocale, per dare la spinta giusta in ogni momento al concetto del Vizio dell’Ira che traspira da ogni nota e da ogni parola. Se invece con la parola energia si intende l’anima percepita musicalmente, sicuramente, a livello personale, sono per "Ghost Shadows" e "Lost In Lust", due brani con arpeggi iniziali tra lo struggente e l’inquietante, manifesti di due momenti diversi all’interno del percorso purgatoriale, ma al contempo così sofferenti e con messaggi davvero difficili da digerire, anche sulla lunga distanza, soprattutto in relazione alle loro lyrics.
7. Come percepite il rapporto tra le nuove generazioni di musicisti e la tradizione metal più classica?
Altro grave dilemma, perché quei musicisti metal che oggi hanno 20 anni e potrebbero tranquillamente essere miei figli, in verità, da un lato sono molto legati agli stilemi classici, perché la maggior parte di loro (non tutti, sia chiaro) è partita proprio da quelli e da quelle radici è cresciuta e si è evoluta con uno stile assolutamente personale, che si distanzia ora notevolmente da esso. Ma, da un altro lato, ha sempre ritenuto quegli stilemi obsoleti, noiosi, immobili e ripetitivi fino allo sfinimento, tanto che chi fa prog moderno a volte il metal non sa nemmeno cosa sia, se non nei ricordi del padre metallaro degli anni '80 e '90 o nelle storie di quelli più grandi di loro che trovano ai concerti. Le generazioni cambiano e si evolvono, per fortuna, aggiungerei. A volte si segue un filo teso da altri, a volte si prende quel filo e lo si tende più o meno forte, legandolo o avvolgendolo altrove, in una direzione inaspettata. Ma direi che, alla fine, nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma, ed è un bene.
8. Se aveste la possibilità di condividere il palco con una sola band della storia del metal, quale scegliereste e cosa vi piacerebbe imparare da quell'esperienza?
Personalmente, anche grazie alla mia precedente esperienza e militanza nei Methedras per quasi 20 anni, ho avuto la fortuna, il piacere e l’onore di condividere il palco con i miei miti da postadolescente, realtà quali Slayer, Anthrax, Testament, Exodus, Overkill, Death Angel, Heathen, Onslaught e tanti, tanti altri, sia in Italia sia all’estero, per date singole o per tour. Ho imparato letteralmente a stare al mondo, vedendolo da punti di vista diversi, affrontando problematiche che da casa di certo non si vedono e che da semplice spettatore non si possono percepire, organizzando produzioni live sia sulla carta sia affrontando problemi dal vivo per la buona riuscita dell’evento. Ho imparato tanto e tanto ancora ne avrò da imparare: non si finisce mai. E quindi non smetterò mai di sognare e di impegnarmi per la principale passione della mia vita. Ma, se proprio dovessi farti un nome, ti direi i Megadeth, il mio primo amore metal in assoluto, a 14 anni, ma anche i Forbidden, perché dopo Megadeth e Testament sono la band che amo di più.
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