Intervista ai DEATH DIES
In occasione dell’uscita di “Maledicti in Aeternvm”, abbiamo scambiato alcune battute con Demian De Saba per approfondire l’universo artistico dei Death Dies: tra mitologia, ritualità, introspezione e libertà interpretativa, emerge una visione autentica e profondamente radicata nella loro identità musicale.
1. Da dove nasce l'esigenza di inserire elementi mitologici nei vostri testi?
Ciao e grazie per lo spazio che ci hai concesso. Diciamo che il cambiamento di tematiche, ma soprattutto di “stile” nel trattarle, è avvenuto già con l’entrata nella line-up del precedente cantante Viktor Flamel. Fino a quel momento dei testi me ne occupavo io ed erano piuttosto diretti, molto legati alla psicologia e a figure retoriche che attingevano dal quotidiano. Con Viktor prima e con Krom adesso, tutto ha acquistato uno spessore diverso, non necessariamente “migliore”, ma comunque più ricercato e collegato alla mitologia, proprio sulla scia degli studi e delle passioni dei due cantanti. Diventa quindi più che un’esigenza, un’espressione spontanea.
2. Quanto c'è di autobiografico nelle immagini che utilizzate?
Assolutamente tutto. Krom (che ci piace definire il nostro “Dead”) ha una profonda sensibilità artistica e vive un “mondo” veramente solo “suo”. I suoi testi esprimono in toto il suo sentire.
3. Preferite che i vostri testi siano interpretati liberamente o letti in modo più preciso?
Io sono sempre stato per la libera interpretazione perché trovo che sia il valore aggiunto di un testo. Non si tratta di qualcosa di “didascalico”: sono sensazioni e vita vissuta... ognuno ha il suo modo di affrontare e gestire le cose. Questa era una caratteristica che, per esempio, ha avuto molto peso con gli EVOL, dove un linguaggio strettamente legato alla filosofia e alla letteratura è stato colonna portante per tante persone che nei testi ritrovavano anche se stesse. Anche ora nei Death Dies la libertà di interpretazione per noi è una caratteristica peculiare.
4. Quanto è importante mantenere coerenza tra musica e contenuti lirici?
Diciamo che questo tipo di coerenza rende più efficace il messaggio. Quindi è da ritenersi molto importante se vuoi rendere credibile quello che stai dicendo.
5. Il vostro immaginario è più legato al territorio o a una dimensione universale?
Per buona parte molti spunti derivano proprio dal territorio in cui viviamo, terra di tradizioni e leggende che ci hanno sempre affascinato, ma la nostra visione è a 360 gradi, per cui l’ispirazione è universale.
6. Come nasce la collaborazione con chi cura l'artwork e quanto incide sul risultato finale?
L’artwork di “Maledicti in Aeternvm” è stato curato da Maira Pedroni. A parte l’idea iniziale e un paio di spunti tecnici, il lavoro è stato messo completamente nelle sue sapienti mani, con il risultato fantastico che tutti possono ammirare. Con Maira collaboriamo già dal precedente disco (“Samael” ancora da prima) e c’è una fiducia incondizionata nel suo estro artistico e nella sua tecnica esecutiva. Abbiamo voluto ancora lei a curare la parte grafica proprio perché, oggi più che mai, siamo consci del fatto che l’artwork sia il primo biglietto da visita per chi non conosce la band e volevamo che avesse un impatto forte. In più, a nostro parere, rispecchia in toto il sound e le atmosfere dell’album.
7. Il concetto di “rituale” quanto è centrale nel vostro modo di creare musica?
Direi che è il centro di tutto. Per noi il “rituale” si compie ogni volta che ci ritroviamo a provare e arrangiare nuova musica. Siamo una band che ha ancora la fortuna di essere localizzata in pochi chilometri di distanza e questo ci consente di effettuare prove settimanali tutti insieme. Trovarsi ed entrare nella dimensione musicale diventa quindi un momento molto importante al quale non vogliamo rinunciare.
8. Vi interessa trasmettere un messaggio specifico o lasciare solo sensazioni?
Come dicevo prima, il messaggio lo estrapolerà chi ascolterà la musica e leggerà i testi. Sicuramente la nostra “filosofia” è molto legata al “do what thou wilt”, per cui, per quanto i testi abbiano un significato personale e quindi veicolino un messaggio, siamo interessati solamente al fatto che l’ascoltatore ne ricavi qualcosa, qualsiasi cosa essa sia.
9. Quanto pensate che il pubblico colga davvero i riferimenti presenti nei testi?
In questo senso spesso ho anche il dubbio che molti addirittura leggano i testi... la fruizione della musica è cambiata, nei supporti e nel tempo dedicato. A mio parere quindi, prendersi del tempo, sedersi e sfogliare un libretto o una inner sleeve per leggere i testi è un’abitudine che si è abbastanza persa. Noi comunque ci dedichiamo sempre la massima cura.
10. Che tipo di reazione vi interessa di più: comprensione, impatto emotivo o disorientamento?
Bella la parola “disorientamento”. In realtà però con noi quel termine non vale, visto che è nostra precisa scelta non essere diversi da quello che ci si può aspettare. Da una parte può sembrare un limite, ma per noi è un valore aggiunto. Sicuramente quindi il nostro focus principale è l’impatto emotivo.
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