SFREGIO "Non Credo" (Recensione)


Full-length, Nadir Music
(2026)

Gli Sfregio hanno un talento particolare: prendere un argomento capace di far saltare i nervi a metà del pubblico e trasformarlo in carburante per il proprio thrash’n’roll. Con "Non Credo", sesto capitolo di una carriera iniziata nel 2008, la formazione genovese allarga il raggio d’azione e mette nel mirino il mondo delle credenze, delle autorità morali e delle verità confezionate per essere accettate senza troppe domande. Il titolo è già una dichiarazione d’intenti, ma sarebbe un errore interpretarlo come una semplice professione di ateismo: il bersaglio è soprattutto chi pretende di stabilire ciò che gli altri devono pensare, venerare o considerare intoccabile. Naturalmente, gli Sfregio affrontano la questione con la delicatezza di un amplificatore lanciato giù dalle scale. La volgarità rimane parte integrante del loro vocabolario, l’irriverenza non viene messa in quarantena e il gusto per la provocazione continua a essere una componente essenziale dell’identità del gruppo. La differenza è che, questa volta, dietro il ghigno c’è un discorso più ampio, capace di dare alla loro abituale sfrontatezza una direzione precisa.

Musicalmente, "Non Credo" mette in primo piano un thrash’n’roll ruvido, nervoso e poco incline alle buone maniere. Le chitarre di Seth e Doctor Rock alimentano una successione di riff che guardano al metal più diretto, con quella spinta punk che impedisce alle composizioni di diventare troppo composte o cerimoniose. Il basso di Grinder contribuisce a dare corpo al suono, mentre Ylme tiene il motore costantemente in tiro, senza trasformare ogni brano in una corsa priva di ostacoli. "Battezzata, Go!" apre le danze con una scarica frontale, mentre "Ramadan" e "Jesus Crüe" mostrano quanto la band sappia utilizzare il ritmo e l’immediatezza per rendere memorabili anche le proprie stoccate più velenose. "Om Jay Gange Mata" sposta invece il peso verso una dimensione più rocciosa, dimostrando che gli Sfregio non hanno bisogno di accelerare continuamente per mantenere alta la pressione. Il risultato è un album che suona compatto e vivace, costruito attorno a canzoni che puntano al sodo senza rinunciare a una discreta varietà di soluzioni.

La vera questione, tuttavia, non è stabilire quante provocazioni riescano a infilare in quaranta minuti abbondanti di musica, ma capire dove vogliano arrivare. La religione diventa il punto di partenza per mettere in discussione meccanismi di obbedienza, fanatismo e controllo, senza risparmiare tradizioni differenti né concedere sconti a chi si rifugia dietro simboli alternativi per costruirsi una ribellione di facciata. "Dio Pop" affronta il rapporto tra fede e spettacolo attraverso un’immagine volutamente dissacrante, mentre "Jesus Crüe" prende di mira l’insistenza di chi considera ogni incontro un’occasione per convertire il prossimo. Gli Sfregio non pretendono di imbastire un trattato filosofico, e sarebbe assurdo chiederglielo: preferiscono la caricatura, l’affondo verbale e il cortocircuito tra argomento e trattamento musicale. La loro satira funziona quando riesce a spostare l’attenzione dalla singola battuta al comportamento che quella battuta vuole smascherare. Non ogni frecciata possiede la stessa profondità, ma l’intenzione di non limitarsi alla provocazione fine a sé stessa emerge con sufficiente chiarezza.

È soprattutto quando il discorso si allontana dalla polemica religiosa in senso stretto che il disco acquista ulteriore interesse. "Burqa Ma Donna" affronta la condizione femminile e le contraddizioni con cui la società giudica il corpo, la libertà e le scelte delle donne, mettendo in evidenza quanto sia facile indignarsi per ciò che accade altrove e molto meno comodo guardare alle violenze che si consumano vicino a casa. "Battezzata, Go!" si inserisce in questa prospettiva, utilizzando il linguaggio abrasivo della band per affrontare il peso delle imposizioni e dei giudizi. Il rischio, con titoli così volutamente provocatori, è che il gioco verbale finisca per attirare tutta l’attenzione, lasciando il contenuto in secondo piano. Gli Sfregio non evitano sempre questa trappola, ma in diversi passaggi riescono a far emergere una contraddizione reale sotto la superficie caricaturale. È il lato più interessante di "Non Credo": non l’idea che una battuta possa risolvere una questione complessa, ma la possibilità di utilizzarla per incrinare una certezza che si vorrebbe sottrarre a qualsiasi critica.

A rendere meno prevedibile il percorso intervengono anche le deviazioni dalla formula più aggressiva. "Salmo 119" si distingue per un’impostazione meno convenzionale, con un andamento che lascia respirare la composizione e una parentesi acustica che amplia la tavolozza sonora del gruppo. "Fino a Che Son Vivo" introduce invece una dimensione più distesa, mostrando che gli Sfregio possono abbassare la guardia senza perdere completamente la propria identità. Sono episodi che spezzano la continuità dell’assalto e danno maggiore risalto ai brani più veloci quando la band torna a premere sull’acceleratore. Anche sul piano dei ritornelli, il gruppo conferma una buona capacità di costruire frasi immediate, facili da ricordare e adatte a essere urlate dal vivo. Qualche soluzione rimane prevedibile e l’umorismo non sempre supera la soglia della provocazione più elementare, ma l’album beneficia di una scrittura sufficientemente varia da evitare l’effetto di una lunga tirata monocorde. La produzione mantiene il suono concreto e funzionale, lasciando alle canzoni la spontaneità necessaria senza cercare di lucidare eccessivamente gli spigoli.

Con "Non Credo", gli Sfregio dimostrano che si può ampliare il proprio repertorio tematico senza rinnegare il carattere che ha accompagnato la band fin dagli esordi. La componente goliardica resta presente, ma non monopolizza più l’intero discorso; accanto alle battute più sfrontate trovano spazio osservazioni sulla libertà individuale, sul conformismo e sulla tendenza a trasformare le convinzioni personali in strumenti di giudizio sugli altri. Non tutto centra il bersaglio con la stessa precisione, e in alcuni momenti la provocazione corre più veloce della riflessione. Eppure il disco funziona proprio perché non tenta di presentarsi come un’opera austera o improvvisamente illuminata: conserva il gusto per l’eccesso e lo mette al servizio di una prospettiva più articolata. Gli Sfregio non chiedono di essere presi sul serio in ogni singola parola, ma nemmeno si accontentano più di essere ascoltati soltanto per la battuta pesante. "Non Credo" è un lavoro energico, dissacrante e musicalmente godibile, nel quale il dubbio diventa un’arma contro ogni certezza imposta. E se alla fine rimane una lezione, è piuttosto semplice: prima di inginocchiarsi davanti a qualcuno, forse conviene controllare che non stia soltanto cercando di venderti qualcosa.

Recensore: Mirco Innocenti

Tracklist:

1. Battezzata, go!
2. Ramadan
3. Salmo 119
4. Burqa ma donna
5. Dio Pop
6. Om Jay Gange Mata
7. Jesus Crüe
8. Fino a che son vivo
9. Non credo
10. Belzebù

Line-up:
Il Grinder - Bass
Ylme - Drums
Doc - Guitars
Dirty Seth - Vocals

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