Intervista ai NODE


Con oltre trent’anni di carriera alle spalle, i Node rimangono uno dei punti di riferimento del metal estremo italiano. Con l’uscita di "Canto VII", la band conferma la propria capacità di evolversi senza tradire le radici, unendo tecnica, aggressività e songwriting con sorprendente naturalezza. Abbiamo incontrato i Node per parlare del nuovo album, delle atmosfere evocative dei brani, e di cosa significhi ancora oggi fare musica intensa e autentica.

1. "Canto VII" arriva dopo trent’anni di storia dei Node. Quando avete iniziato a lavorare al disco, avevate la sensazione di dover dimostrare ancora qualcosa oppure vi siete mossi con totale libertà?
La libertà di movimento è sempre stata una prerogativa della mia band. Conscio del fatto che, dopo 30 anni, i Node non abbiano nulla da dimostrare a nessuno, siamo qui e intendiamo rimanerci ancora per un bel po’, con molte cose da dire. Infatti, stiamo completando proprio in questi giorni le preproduzioni del suo successore.

2. Molti ascoltatori hanno sottolineato quanto il disco sia allo stesso tempo raffinato e devastante. Quanto è stato importante trovare un equilibrio tra tecnica, aggressività e songwriting?
Tutto è nato in modo naturale e spontaneo, seguendo lo stile e le influenze di ogni singolo membro della band, così come è sempre stato il modus operandi dei Node in fase di composizione. Trovare l’equilibrio è stato tanto importante quanto divertente. Io e Gabriele forniamo il pezzo già finito con le batterie MIDI e vari arrangiamenti, poi si sistemano e si arrangiano ulteriormente tutti insieme fino a raggiungere un risultato finale che soddisfi tutti. La procedura iniziale è molto immediata; è quando ci si sbizzarrisce a trovare soluzioni alternative e arrangiamenti che si impiega un po’ più tempo, proprio perché la creatività e il divertimento prendono il sopravvento. In 32 anni di storia dei Node non c’è mai stato un “ecco, adesso facciamo un album seguendo una linea di base”. Si arriva con delle idee e si sviluppano tutti insieme fino a raggiungere la soddisfazione generale. Tutto "Canto VII" è nato per una naturale osmosi che ha seguito un percorso stimolante e divertente.

3. L’intro "Pape Sátan" apre il disco con un’atmosfera particolare. Come è nata l’idea di introdurre l’album con un brano strumentale così evocativo?
"Pape Sátan", così come "Enter The Void", è opera di Gabriele Ghezzi, il nostro chitarrista, amante e creatore di atmosfere melodiche e psichedeliche ispirate agli anni ’70. Facevano parte di un unico blocco che abbiamo scomposto in due parti per favorire la recitazione dei versetti introduttivi del settimo canto dell’Inferno proprio in "Pape Sátan". Dato che il concept tratta di un’opera mistica e misteriosa, come la Divina Commedia di Dante, abbiamo pensato: cosa meglio di una traccia atmosferica ed evocativa poteva dare l’incipit giusto a tutto l’album? Così è stato fatto.

4. Enter The Void viene spesso citata come una delle tracce più rappresentative dell’album. Cosa volevate comunicare con questo pezzo e perché avete scelto di metterlo subito all’inizio del disco?
"Enter The Void" è l’introduzione perfetta all’inferno della nostra società attuale, fatta di persone che corrono veloci, nascoste dietro maschere di serenità e benessere che celano la realtà delle loro vite, controllate dalla chiarezza della moderna tecnologia di “comunicazione”, quella che quotidianamente ci tiene sotto controllo e detta le direzioni da seguire. Ci costringe ad abbandonare la spontaneità suggerita dal nostro istinto umano, a non fermarci mai a riflettere o guardarci dentro, obbligandoci a correre come pazzi in un mondo sempre più rapido, dove primeggiare e vincere a tutti i costi è il modus operandi principale. Questo è il risultato dell’allontanamento da una socialità sana, fatta di sguardi, toni di voce e contatto umano. Viviamo in un vero inferno edulcorato da prodigi tecnologici che ci hanno svuotato dell’essenza dell’essere umano: condivisione, empatia, compassione e dialogo autentico. "Enter The Void" è l’ingresso in questo 2026 descritto dagli occhi di chi, come noi, si sente straniero e viaggiatore in questo inferno.


5. In brani come "The Sacred Theater of Nothingness" o "The Wolves of Yalta", la band sembra spingere al massimo sull’acceleratore. Quanto è stato importante mantenere quell’impatto brutale tipico dei Node anche dopo tanti anni?
Non sappiamo quanto sia stato importante, però i Node hanno sempre cercato di mantenere coerenza nei messaggi e nella musica stessa, e prima di tutto fare ciò che ci piace. Tirare fuori pezzi schiacciasassi è qualcosa che ci diverte e ci stimola da 32 anni. 

6. La nostra recensione parla di momenti di melodia contorta e morbosa all’interno della vostra violenza sonora. Quanto spazio avete voluto dare a queste sfumature nel songwriting di "Canto VII"?
Tutto è nato in maniera naturale. Ci siamo fatti trasportare dal progressive rock degli anni ’70. I Node del 2026 hanno una marcia in più perché ognuno di noi vuole sempre dare il meglio in ogni ambito. Abbiamo optato per arrangiamenti ricchi di una vena atmosferica molto prog in certi contesti dell’album, e tutti li abbiamo abbracciati con entusiasmo. È stata una reazione a catena che ci ha guidato a sterzare verso territori che la band non aveva mai attraversato in 30 anni di vita: è stato come rinascere. Io stesso mi sono messo ad arrangiare parti di tastiera con Synth, Hammond e Mellotron per enfatizzare queste atmosfere, dando un input creativo e divertente fuori dalla norma.

7. Dopo tanti anni di carriera, cosa vi spinge ancora a scrivere musica così aggressiva e intensa?
Perché ci piace e ci fa stare bene. La peculiarità maggiore di questi primi 30 anni è sempre stata il volersi divertire cercando di migliorare sotto tutti gli aspetti, umani e musicali. Ciò che conta davvero è lo spirito del divertimento: senza di esso, fare musica non fa stare bene né chi suona né chi ascolta.

8. I Node vengono spesso considerati un punto di riferimento del death metal italiano. Sentite il peso di questa responsabilità oppure preferite ignorare le etichette e continuare a fare semplicemente la vostra musica?
Tutto sta nel vivere la musica serenamente e divertendosi, senza curarsi del peso delle responsabilità o delle etichette. In 30 anni ho visto molti chiudere bottega per non aver raggiunto traguardi prefissati, successo o fama, facendosi un sacco di problemi mentali. Chi non si diverte nemmeno nei momenti bui usando la musica come medicina ha già perso più della metà del divertimento. E questo sarebbe grave, perché significherebbe crescere una generazione frustrata.

9. La produzione del disco risulta molto potente ma anche definita. Quanto avete lavorato sul suono per ottenere questo tipo di impatto?
Le basi di un sound potente e definito le portiamo avanti da sempre. Avendo registrato in Svezia, paese all’avanguardia nelle produzioni metal, tre album, abbiamo assorbito conoscenza ed esperienza, quindi sapevamo come muoverci. Per il resto ci siamo affidati ad Andrea Seveso per mixing e reamp delle chitarre e a Niels Nielsen, tastierista degli In Flames, per il mastering, che hanno ulteriormente impreziosito il prodotto finale.

10. Nell’album compare anche "Territory", storica cover dei Sepultura. Come mai avete scelto proprio questo brano e cosa rappresenta per voi quella band?
"Territory" è stata scelta per sottolineare che, anche dopo 30 anni, cambiano i governi ma non cambiano i pensieri e il modus operandi di certi stati. Nel 1994 i Sepultura denunciavano la guerra in Medio Oriente; oggi siamo ancora punto a capo, senza che sia cambiato nulla. Anzi, più si va avanti e più certi scenari aumentano. Più che un tributo ai Sepultura, che riteniamo dei punti di riferimento nella storia della musica, il nostro è un tributo al messaggio della canzone: non far morire il suo messaggio di pace e la sua denuncia sociale.

11. Guardando indietro alla vostra carriera, pensi che Canto VII rappresenti in qualche modo una sintesi del percorso dei Node?
Assolutamente no. Fare una sintesi significherebbe tirare le somme alla fine di un percorso, mentre noi abbiamo ancora molto da dire e da sperimentare.

12. Dopo l’uscita dell’album, quali sono le vostre aspettative per i live? Pensate che i nuovi brani abbiano una marcia in più quando verranno portati sul palco?
Da due anni li stiamo portando in giro sui palchi di tutta Italia, e la risposta del pubblico è sempre stata grandiosa, senza contare il fatto che ci diverte tantissimo suonarli live! Abbiamo già suonato a Erba, Bologna, Genova, Vicenza, Frosinone, Foggia, Campobasso, Cremona, Pesaro, Verona, Torino e Roma. Questa estate saremo headliner al Dolometal Festival in Trentino il 30 maggio; il 27 giugno, invece, siamo stati confermati nella lineup del Southammer Festival di Castel Volturno (Caserta).


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